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L’azienda mi può licenziare se non è in crisi?

Secondo la Cassazione, il licenziamento del lavoratore dipendente per giustificato motivo oggettivo può scaturire dalla necessità dell’azienda di aumentare i profitti, anche senza pericolo di fallimento.  

L’idea di perdere il posto di lavoro solo in caso di imminente fallimento è ormai superata: la Cassazione ha assunto un atteggiamento sempre più elastico nei confronti delle aziende che intendono migliorare la propria competitività, riducendo gli sprechi e ottimizzando la mano d’opera. In altre parole, secondo questo filone giurisprudenziale, l’azienda può licenziare anche se non è in crisi, ma solo per aumentare i profitti. L’interpretazione è anche frutto dei tempi: le nostre realtà imprenditoriali riescono a marginare pochi guadagni, strette tra la crisi, la concorrenza internazionale e la morsa del fisco. Così, il concetto di «lucro» non è più visto come un demone da combattere a tutti i costi. Per comprendere il principio ricorreremo al solito esempio. Immaginiamo di ricevere, un giorno, dal nostro datore di lavoro, una lettera che ci dà il preavviso di licenziamento. La motivazione di tale scelta, così indicata nella comunicazione, è laconica: «riordino aziendale». La notizia ci lascia senza parole. Abbiamo infatti sempre saputo che il licenziamento può avvenire solo in casi eccezionali, dipendenti o da colpe del lavoratore o da crisi aziendale (leggi Come licenziare un dipendente assunto). Così consultiamo il nostro avvocato. Il quale però ci dice che la giurisprudenza sta cambiando opinione. È vero? In verità esistono, da sempre, due filoni interpretativi. Il primo, quello più datato, sostiene che, in caso di riorganizzazione aziendale (cosiddetto «giustificato motivo oggettivo»), il datore di lavoro può licenziare il dipendente se deve ridurre i costi di gestione, purché tale riduzione non serva solo ad aumentare il profitto aziendale, ma sia necessaria per fare fronte «a sfavorevoli situazioni».

Il secondo orientamento, invece, molto più recente, ritiene legittimo il licenziamento per riorganizzazione aziendale anche se lo scopo perseguito dall’azienda è quello del «risparmio dei costi o incremento dei profitti». Ciò perché la nostra Costituzione tutela l’iniziativa economica privata e, con essa, anche le scelte dell’imprenditore che i giudici non possono sindacare se non quando si risolvono in discriminazioni nei confronti dei lavoratori. Dunque, ribadisce sempre la giurisprudenza, le motivazioni del licenziamento per giustificato motivo oggettivo «possono essere le più diverse» e non devono necessariamente consistere nella necessità di «fronteggiare situazioni sfavorevoli». L’imprenditore deve essere libero, di conseguenza, di arricchirsi per quanto gli consente il mercato e la sua attività, realizzando tutto l’incremento di utili che è in grado di conseguire. In questa scelta, nessun tribunale può “mettere bocca” visto che non esiste una legge secondo cui  il licenziamento debba per forza avvenire solo e unicamente se c’è una crisi aziendale.

Insomma, detta in parole ancora più semplici, l’imprenditore ha la scelta della migliore combinazione dei fattori della produzione a fini di incremento della produttività aziendale e il giudice «…non può sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa»: questo principio è talmente consolidato da essere condiviso da entrambi gli orientamenti interpretativi sopra ricordati.

Dunque, nell’esempio di poc’anzi, il nostro avvocato ha ragione e l’azienda potrà licenziarci, motivando la propria scelta con l’intenzione di procedere a una ristrutturazione dell’azienda e a una migliore e più efficiente organizzazione interna, tagliando i posti laddove inutili, duplicati o, semplicemente, troppo costosi. Così, l’unica cosa che potremo fare per impugnare il licenziamento è verificare che il datore di lavoro si comporti, anche dopo, in modo coerente a tale scelta, cancellando davvero la funzione che noi svolgevamo e non, ad esempio, spostando un altro dipendente alle nostre mansioni o assumendone, dopo qualche mese, un altro. Tale comportamento, infatti, manifesterebbe non già una sincera intenzione di procedere a un riordino aziendale, ma piuttosto l’intenzione di liberarsi di noi, perché magari “lavoratore scomodo”.